Quando la professoressa mi chiamò a scuola, ero sicuro che mio figlio avesse combinato qualcosa contro il povero Antonio. Ormai non sapevo più come scusarmi. Una volta avevo dovuto spendere una fortuna per comprare il suo gioco preferito e permettere a Michele di scusarsi.

“Ora mi aspetta un’altra ramanzina” pensavo avvicinandomi alla sala docenti dove mi aspettavano la professoressa di italiano e il professore di arte. Ora che ci penso era strana la presenza del prof. di arte e fu proprio lui a prendere la parola per primo:

“Io stimolo i ragazzi a creare, a coltivare i propri sogni, ma devono capire che il rispetto delle regole viene prima di ogni cosa. Scuola e famiglia devono unire i loro sforzi per far sì che certe cose non avvengano più “.

Così aveva iniziato e fu proprio in quel momento che capii. Quel piccolo disegno che avevo visto entrando da via delle Ginestre sul muro della scuola era stato fatto proprio da Michele. Non un capolavoro, ma una rapida rappresentazione di un omino stilizzato che alzava le braccia al cielo in segno di vittoria.

Tornando a casa mi soffermai nuovamente ad osservarlo. Eh sì il piccolo Michele aveva bisogno di una lezione. Decisi di parlargliene il giorno dopo a colazione, prima di iniziare la giornata, davanti ad una bella tazza di latte fumante.

Quel giorno era sabato e il treno per Pisa partiva alle 7.45. Michele mi tenne il broncio per tutto il viaggio per via della levataccia mattutina anche in un giorno di festa. Lo lasciai perdere nelle sue cuffie e osservai fuori dal finestrino.

I ricordi stavano riaffiorando e, lasciandomi cullare dal leggero dondolio del treno mi misi comodo e mi lasciai trascinare nel 1989.

Ero un giovane pieno di speranze e voglia di fare. Seguivo l’ultimo anno dell’Accademia di Belle Arti di Pisa quando un amico mi disse “viene un americano, un certo Haring che dipingerà il muro di San Antonio”. 

“Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare ” Keith Haring

  • “Ah si, ne ho già sentito parlare. A New York ha dipinto le stazioni della metropolitana…ma è legale?…voglio dire dipingere il muro della chiesa?”
  • “Ma certo, c’è il benestare del Padre Masetti e del Comune.”
  • “Ah, bé, allora. Aspetta, ma cosa vuole da noi?”
  • “Ma niente di particolare, dobbiamo dare una mano, me lo ha chiesto Castellani, quello del corso di pittura.”

Il treno fece un fischio e si fermò. Eravamo arrivati.

Il murales si trovava proprio a pochi passi, appena oltre l’ovale dell’antico anfiteatro romano che si trovava al posto di Piazza Vittorio Emanuele II dove confluiscono svariati viali e piccole vie tra cui proprio quella Via Riccardo Zandonai teatro del famoso murales. Le indicazioni marroni, tipiche degli elementi di interesse culturale, ci guidarono fin di fronte alla facciata della chiesa di San Antonio Abate.

Michele, finalmente, si tolse quelle enormi cuffie colorate che coprivano interamente le sue orecchie trasformandolo in uno pseudo-androide e, probabilmente, si stupì degli strani suoni della realtà che lo circondavano.

  • “Vedi questa è la facciata storica come è stata ricostruita dopo la II guerra mondiale seguendo le forme originali del ‘300, ma la vera nuova facciata è qui a lato, vieni”
  • “Aspetta, quindi la chiesa ha due facciate?”
  • “Bè, l’ingresso è sempre da questa parte che è quella principale, l’altra è un po’ diversa… decisamente più vivace”

Ci sedemmo nel dehor che è sorto proprio di fronte al murales. Ci voleva un caffè per riprendermi dal torpore del viaggio in treno. Nel 1989, qui c’era un Hotel, fu proprio qui che soggiornò Keith.

  • “Questo si che è un murales!”
  • “Si, in realtà ora l’avremmo chiamata performance. Keith Haring dipinse per 4 giorni con la gente che passava, ascoltava la musica, faceva fotografie, chiedeva autografi. Tutti erano spensierati, sembrava che l’intera città fosse consapevole dell’importanza storico-artistica dell’avvenimento. Haring scrisse sui suoi diari “Penso di essere felice solo quando sono circondato da tutta questa folla.”
  • “Ecco il vero senso dell’arte di strada, essere sempre tra la gente sia nel momento della creazione che durante tutta la sua vita. Ha un pubblico eterogeneo e sempre in movimento che deve sorprendere ma anche accompagnare alla riflessione o semplicemente rassicurare con la sua presenza orientante.”
  • “Cosa rappresenta?”
  • “Guarda, cerca tu i simboli, prova a decifrarli. Sappi che al centro c’è la croce di Pisa, ma il dipinto parla del mondo, del presente e del futuro dell’umanità agli occhi di un giovane artista degli anni ’80 ma, per certi versi, è ancora molto attuale.”
  • “Il serpente rappresenta il male? Vedo una donna col bambino e poi tante figure colorate.”
  • “Si, per trovare quei colori Keith girò due giorni per Pisa ad osservare e fotografare i colori della città”
  • “Aspetta un attimo, ma io ho già visto questi personaggi…ma si, sono quelli della maglietta di Alex.”
  • “Eh, in effetti, Haring fu veramente POP cioè fu il primo a portare l’arte non solo nelle strade sui muri ma anche addosso alla gente. Creò dei veri Shop mono-marchio  per tutti i gadget possibili su cui erano riprodotti i suoi disegni.”
  • “Ma lui com’era?”
  • “A noi giovani dell’Accademia sembrò subito un uomo di poca salute così  magro e bianco, un poco stempiato e con quell’aria da nerd con gli occhialini tondi.”

Mai prima impressione fu più errata, era un fuoco di vitalità e creatività. Disegnava con precisione e sicurezza incredibile come se tutto il progetto fosse nella sua testa. Nessuno schizzo preparatorio, nessuna idea visuale, era tutto un divenire continuo. La musica di quegli anni era la colonna sonora per un lavoro che proseguiva con ritmo quasi ancestrale. Incredibilmente nessuno sapeva esattamente cosa sarebbe dovuto saltar fuori, ma ognuno sapeva esattamente cosa fare.”

  • “Wow! Dev’essere stato figo partecipare, voglio dire lavorare così tutti insieme. Ma non vi hanno fatto storie? Nessuno ha protestato, dopo tutto è sempre il muro di una chiesa.”
  • “Furono cinque giorni indimenticabili, una festa continua al ritmo di musica mentre Keith dipingeva veloce e sicuro. Si fermava solo per regalare sorrisi e disegnare sulle magliette dei passanti. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato la sua ultima grande opera. Nessuno tranne lui stesso. Con la consapevolezza dell’AIDS che lo stava consumando da dentro, viveva i giorni con serenità e consapevolezza della morte”

“Molta gente in molte epoche ha vissuto solo trenta o quarant’anni. Se fossi nato in un altro luogo o in un altro tempo, forse sarei morto in guerra o in un altro disastro. L’AIDS è la nuova piaga. Perchè dovrei esserne esente? Perchè io no? C’è un illusione di sicurezza nel mondo in cui viviamo. A causa della medicina, della scienza e della sicurezza economica, tendiamo a credere di essere “sicuri”. Ma, mi devo rendere conto, non siamo più sicuri ora di quanto fosse nel XVII secolo. Nulla dura per sempre. E nessuno può sfuggire alla morte.”

“Haring, perseguiva un modello di «arte per tutti», desiderando di mettere le proprie opere a disposizione del più grande pubblico possibile; ciò era possibile soltanto portando l’arte al di fuori dai musei e dalle gallerie, e ignorando le regole imposte dal mondo del mercato.”

Michele ed io salimmo sul treno del ritorno con un po’ di malinconia ma io ero consapevole di aver fatto un passo avanti nella sua formazione, forse non aveva appreso pienamente il messaggio di questo viaggio, ma qualcosa avevo seminato, ero fiero e fiducioso.

Chiusi gli occhi, le vibrazioni del treno sono sempre state un sonnifero infallibile. Michele,… bè lui tornò alla versione pseudo-androide con le cuffie enormi e il cellulare che gettava musica assordante su tutto lo scompartimento.

L’artista: Keith Haring

Artista americano degli anni ’80 del novecento, inventore del merchandising artistico monomarca grazie all’apertura del primo Pop Shop a New York.

Haring è stato in grado di spingere i propri impulsi giovanili verso un tipo singolare di espressione grafica basata sul primato della linea che racchiude figure semplici e dai colori accesi e piatti.

Nel 1980 notò che i pannelli pubblicitari inutilizzati, all’interno delle stazioni della metropolitana di New York, erano coperti di carta nera opaca. Neri come una lavagna. Così, utilizzando il gesso bianco, passò da un pannello all’altro, da una stazione all’altra, disegnando uomini che sono un incrocio tra le figure delle incisioni rupestri e quelle dei cartoni animati. Questo flusso ininterrotto di immagini divenne familiare ai pendolari di New York, che spesso si fermavano a parlare con l’artista. La metropolitana  divenne, come sosteneva Haring, un “laboratorio pubblico”.

Nell’aprile del 1986, Haring aprì il Pop Shop, un negozio a Soho dove si vendevano T-shirt, giocattoli, poster, pulsanti e magneti recanti le sue immagini. Haring aveva il desiderio di mettere le proprie opere a disposizione del più vasto pubblico possibile:

“Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare ” Keith Haring

Tuttomondo

E’ un grande murale realizzato da Keith Haring nel 1989 sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio abate a Pisa. La superficie della parete misura circa 180 metri quadri (10 metri di altezza per 18 metri di larghezza). Si tratta dell’ultima opera pubblica dell’artista statunitense, nonché l’unica pensata per essere permanente.

Come in un Giudizio Universale della modernità, il dipinto ritrae 30 figure concatenate e incastrate tra loro a simboleggiare la pace e l’armonia del mondo. Al centro si trova il simbolo di Pisa: la croce patente, con braccia della stessa lunghezza e più larghe nella parte terminale, rappresentata con quattro figure umane unite all’altezza della vita. In alto, un uomo sorregge sulle spalle un delfino, a sinistra compaiono un cane, una scimmia e un volatile a simboleggiare un legame dell’uomo con la natura che è indispensabile per l’armonia del mondo. In alto a destra un paio di forbici rappresentate come l’unione di due figure umane, , a simboleggiare il bene,  tagliano in due un serpente, tradizionale simbolo del male.

Una donna con in braccio un bambino e un uomo con un televisore al posto della testa rappresentano il contrasto tra il tema tradizionale della natività e della vita con il tema dell’innovazione tecnologica che stravolge i ritmi della modernità. Due gemelli siamesi al centro e quelli a destra, sono probabilmente una condanna ai disastri nucleari. Completa l’opera una figura gialla che cammina posta in basso al livello della strada: rappresenta il pubblico, un passante o un turista, che dedica un momento di riflessione all’opera, prima di proseguire in direzione della Torre di Pisa.

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